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Una scelta di libertà
Solitamente si pensa alla scuola come luogo (edificio, aule, banchi, lavagne, palestra); come allievi (capitati lì per caso, o per moda, o perché ti ci ha portato l’amico o perché fa “in”o semplicemente perché è vicina a casa) e docenti (capitati lì altrettanto casualmente, per via delle graduatorie statali, nelle quali vale il titolo di studio che privilegia le votazioni di quelle Università o facoltà che difficilmente conoscono voti inferiori a 110 e lode e la cui preparazione risulta sovente penosa); come burocrazia (le segreterie, i documenti che di volta in volta si devono depositare o ritirare, i registri, il diario, le circolari, i tabelloni finali… il diploma); come ordine, grado e indirizzo (vado a scuola perché c’è l’obbligo scolastico, o perché i miei sono laureati, o perché in quella scuola sarà magari possibile frequentare un ambiente bene, o perché mi servirà per avere un buon posto di lavoro, o per proseguire negli studi che aprono alle seguenti professioni: neochirurgo, avvocato, commercialista, giornalista, ingegnere spaziale e simili).

In realtà si va a scuola per apprendere. Si va a scuola per il sapere.
Perché? Perché sapere è bello.
Il sapere ha a che fare con la verità e non esiste altra libertà (e quindi capacità consapevole di scelta) se non quella fondata sulla verità.

Guardare alla scuola scegliendo a seconda del luogo, degli amici, dell’essere alla moda (del tipo la mamma che dice: “lo mando lì perché ci mandano i loro figli la Gabriella, la Federica la…”), della professione che si è già scelta per i propri figli da quando erano appena nati, del successo (del tipo “si prenda un diploma qualsiasi poi ci penserà la vita ad insegnargli qualcosa”) non sembrano criteri che abbiano a che fare con il desiderio del sapere e con l’autentico bene dei giovani. Il criterio, comunque maggiormente diffuso oggi, sembra essere quello che conduce alla scelta della scuola in nome della libertà: “E’ lui che ha scelto la scuola media o il liceo. E noi (genitori) non possiamo che assentire.”
Una libertà questa fondata sul presupposta che i genitori abbiano rinunciato alla loro funzione educatrice e di guida autentica e responsabile. Il risultato è che il ragazzo o la ragazza si dirigono nella loro scelta verso scuole dove poter scomparire, dove vi siano più di mille allievi e dove il tam tam li spinge. La tendenza è quella che in nome della libertà e della propria affermazione di identità si cerca un luogo dove vestire tutti allo stesso modo, ascoltare tutti la stessa musica e dove i docenti ti considerino semplicemente un numero e non ti disturbino (come diceva un docente di matematica in un liceo statale con 1300 allievi: “noi siamo qui per insegnare, non certo per educare”). La scuola di massa necessariamente rinuncia alla qualità.

Ora la nostra scuola mira invece alla qualità all’educazione ed alla formazione oltre che all’insegnamento delle discipline. Esse sono indispensabili nella misura in cui concorrono alla formazione della persona. Ma per fare ciò i docenti delle scuole dell’ARCA chiedono a se stessi di mantenere vivo il desiderio di conoscere; essendo cattolici hanno il gusto della ricerca della verità umana come presupposto necessario per accogliere il dono della fede. Essi formano un corpo ed anche quando avvengono avvicendamenti di cattedre, il corpo docenti assimila e forma i nuovi colleghi in un dialogo incessante. Nelle scuole dell’ARCA c’è pluralismo dei mezzi (diverse didattiche, approcci personali al vero) ed unità del fine (assicurare il comune fine che è la conoscenza cordiale della verità delle diverse discipline come diversi passi nella direzione dell’unica verità). Per questo la scelta delle nostre scuole è una scelta di libertà.
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